Serie televisive, cultura pop e problemi con la forza di gravità.

11 febbraio 2014

American Horror Story: Coven, PMS e Balenciaga.

Dopo un ottimo pilot, il mio principale pensiero nei confronti della serie è molto semplice:





Povero Murphy, è intelligente ma non si applica. Sembra sempre iniziare bene per poi perdersi a metà, forse troppo distratto a cercare sondaggi online sugli interessi dell'adolescente medio. Vista questa stagione, immagino che gli hot topic saranno stati "catfight a caso" e "stereotipi su New Orleans".
Di Murder House mi ero innamorata perdutamente, storia avvincente, solo apparentemente banale, personaggi meravigliosamente complessi ed originali quali Constance e Tate, trama che si chiude (che piaccia o no il modo) e riunisce tutti i pezzi del puzzle alla fine. 
Cos'è accaduto da allora? Il successo di Evan Peters tra le ragazzine ed il Golden Globe a Jessica Lange, ovvero IL MALE. Dopo questa apocalisse, sia in Asylum, che in Coven si è cercato, in pratica, solamente di emulare queste due fattori di successo, mostrando Peters più nudo di quanto fosse necessario, facendolo diventare interessante quanto una pressa idraulica e dando alla Lange più spazio possibile, con una quantità di monologhi abnorme. Non che non sia un'attrice straordinaria, intendiamoci, ma senza un personaggio di base solido è come farle leggere per tredici episodi le offerte del volantino della Pam. Lo stesso vale per Peters, che immagino spinto a forza da Murphy in una vasca piena di acqua ossigenata e costretto al silenzio, tanto per evitarsi la fatica di trovargli un personaggio che non fosse Tate.



                                                   Il contributo di Evan Peters a Coven.



Insomma, non è ben chiaro di cosa avrebbe dovuto parlarci questa serie.
Streghe bianche contro streghe nere? No, perché nel giro di tre puntate si amano e vanno giù di Spritz come se non ci fosse un domani. Allora streghe contro cacciatori di streghe? No, la questione si risolve in due minuti con un massacro durante l'aperitivo. Rapporto conflittuale madre-figlia? Piuttosto punterei sulla sindrome premestruale di un cliché di donna in menopausa che decide, secondo la necessità di audience, se picchiare o no il frutto dei suoi lombi.
Parliamo poi delle "allieve" della scuola: sono amiche? Si odiano? No davvero, vi prego, qualcuno me lo spieghi. Si alternano momenti di cattiveria inaudita ed immotivata a fasi da "Tutti insieme appassionatamente".
Un momento prima Zoe è Mary Poppins, tre secondi dopo è Charles Manson.
L'unico rapporto umano degno di nota è quello tra Cordelia e Myrtle, che comunque viene spesso e volentieri messo in secondo piano dai calzettoni di Madison o dalla sproporzionatezza degli avambracci di Queenie. E Kathy Bates? Attrice e personaggio con un potenziale stratosferico, ridotta in fin dei conti a semplice ed inconcludente guest star. Non dimentichiamo poi la strizzata d'occhio finta radical-chic a Glee con la presenza forzata di Stevie Nicks ("Ciao, sono Ryan Murphy e ricordatevi che non produco solo una, ma ben due serie televisive!").
Sostanzialmente quindi, hanno messo insieme un'accozzaglia di elementi patinati finto-modaioli, senza, ancora una volta, preoccuparsi di ciò che rende una storia tale: la trama. 
Per me, la conclusione logica è solo una: hanno fatto finta di darci Vogue, ma siamo finiti con Donna Moderna.
Grazie Murphy.











22 gennaio 2014

Breaking Bad, il karma ed orgasmi da finale.

ATTENZIONE (Spoiler alert 5×16)

Ci sono occasioni in cui ti penti di aver passato così tanto tempo davanti ad uno schermo.
Ci sono occasioni in cui senti che, magari, dovresti iniziare a vivere la tua vita, invece di quella di un personaggio che un qualche cazzone di Hollywood ha pensato bene di inventare, mentre finiva la sua scorta di birra forte. Si, ci sono molti momenti del genere nella vita di un telespettatore.
O perlomeno, ci sono fino a quando arriva un altro genere di occasioni, quelle occasioni in cui l'unica cosa che puoi pensare è: fanculo la vita vera, questo è meglio.
È questo il caso dell'episodio finale di “Breaking Bad”.
La parabola di Heisenberg si conclude nel migliore dei modi e non poteva essere altrimenti, dopo i sei anni di meraviglie alle quali Gilligan e soci ci hanno abituati. Ogni nodo, finalmente, viene al pettine e per quanto mi riguarda non poteva farlo in maniera migliore.
Heisenberg ha vinto. Non Walter White, ma Heisenberg.
È Heisenberg che si alza da quello sgabello nel New Hampshire e decide di finirla a modo suo, è Heisenberg che riprende vita, grazie alle insinuazioni degli Schwarz sulla sua incapacità come chimico, non Walt.
Se il punto debole di Walter White poteva essere la famiglia, quello di Heisenberg è senza dubbio l'orgoglio ed è proprio quest'ultimo, dopo l'atroce telefonata al figlio, che gli dà la forza di alzarsi e finirla.
Questa è l'ammissione finale di quello che tutti noi già sapevamo: Walter White è morto, non esiste più e finalmente, dopo anni passati a negare questa realtà dietro alla “scusa” della famiglia, anche il protagonista riesce ad ammetterlo nella bellissima scena con Skyler (chapeau ad Anna Gunn che merita pienamente l'Emmy). L'addio ai figli è strappalacrime, silenzioso e delicato, come era giusto che fosse e per quanto riguarda gli altri personaggi, credo che non potesse accadere nulla di più karmico: la super paranoica ed attenta Lydia, uccisa dalle sue abitudini, il fastidiosamente finto-bravo ragazzo Todd, strangolato dalle catene con le quali aveva costretto Jesse alla prigionia. Una goduria.
Veniamo poi a Jesse, le cui scene sono tra le più poetiche che abbia visto negli ultimi anni: il passaggio dalla sua fantasia, in cui lavora al cofanetto di legno (“it was... it was perfect.” disse nella 3x10, parlandone come dell'unica cosa che l'avesse mai fatto stare bene), alla reale condizione di schiavo è qualcosa di magistrale ed allo stesso tempo atroce. Ed è proprio questa atrocità che porta Walt a volerlo salvare. Nonostante l'avesse voluto morto, nonostante l'abbia volutamente fatto soffrire rivelandogli come al tempo avesse deciso di non salvare l'amore della sua vita, se Skyler e i figli erano la famiglia di Walt, Jesse è senza dubbio la famiglia di Heisenberg.





Ed è nella maniera più giusta che finisce, con Jesse che, da figura speculare di Walt quale è sempre stato, riesce a “risalire” dal baratro in cui era sprofondato e con un'inquadratura che richiama in modo fantastico il finale della terza stagione (il momento più “basso” di Jesse, l'uccisione di Gale), finalmente si libera dalle catene, non solo fisiche, che l'avevano legato ad Heisenberg e decide di non sparare. Poesia.
È solo dopo la vita di Jesse, che Walt abbraccia la morte. A modo suo, come voleva lui, vincendo anche contro il primo, l'ultimo ed il più dimenticato antagonista di questa meravigliosa serie: il cancro. Heisenberg ci lascia da leggenda, ucciso da nessun altro se non sé stesso, unico, così come il suo prodotto che nessun altro potrà replicare. Heisenberg va a morire nel laboratorio, il luogo dove la sua (e nostra) avventura è iniziata, dove sente di più aver “vissuto”, nel luogo dove il timido professore di chimica dall'esistenza piatta (azzeccatissimo il precedente flashback con Hank) ha lasciato il posto al suo vero io, al genio Heisenberg.



E quando Heisenberg muore, inutile negarlo, muore anche una piccola parte di noi, anche se, proprio come lui, sorridendo.